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Amy Winehouse - Back To Black (2007)

— archiviato sotto: ,

In attesa della pubblicazione del nuovo album, nel 2010, rileggiamo da un punto di vista esclusivamente musicale, il capolavoro dell'artista inglese

Black to black
“(..:) è una storia un po’ sputtanata / è una storia sbagliata
(Fabrizio De Andrè)
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Amy ha molti tatuaggi di donne nude e si sente “più uomo che donna. Però non lesbica, non prima di una sambuca, comunque”; Amy ha perso quattro taglie fra il primo e il secondo disco; Amy soffre “un po’ di bulimia, un po’ di anoressia”, non è del tutto ok, insomma, ma crede che “nessuna donna lo sia mai veramente”; Amy interrompe Bono (e, cazzo, se era ora! Peccato che nessuno c’abbia pensato vent’anni fa) durante un discorso di ringraziamento ai Q Awards; Amy vomita sul palco d’un famoso locale londinese, pare a causa d’un’intossicazione, ma poi si riprende e continua a cantare; Amy non sa vestire: sempre a braccia scoperte, viene pizzicata piena di tagli e cicatrici d’ogni sorta e il suo portavoce non trova di meglio che dare la colpa ad una caduta per strada; Amy viene arrestata in Norvegia per possesso di marijuana; Amy non ha stile: se appena si fa una pipa di crack poi deve prendere “sei valium per calmarsi” e finisce puntualmente su Youtube; Amy ha i polmoni in cattivo arnese: quando finalmente si fa ricoverare il verdetto è “enfisema polmonare”. Fosse una scimmia, Amy, la caccerebbero dalla tribù.

Piano, non siamo ancora diventati pazzi o, peggio, un settimanale del gruppo Rusconi: questo è solo un breve estratto del campionario di morbosità e nefandezze , quasi sempre documentate, che i media hanno fatto girare sul suo conto. Messe così, alla rinfusa, perché si sappia che siamo a conoscenza di tutto e che non ce ne frega niente. Perché non abbiamo trovato il tempo (o il modo) di occuparci di lei assiduamente, in tempo reale, come si dice, e forse è stato meglio così. Perché a meno di sei mesi dalla pubblicazione dell’ultimo singolo e a più d’un anno e mezzo dall’uscita dell’album, la giostra impazzita sembra finalmente su punto d’arrestarsi e le sue vertigini non rischiano più di corrodere la nostra innata capacità di giudizio. Perché Amy Winehouse è molto più che una lacoontica creatura catodica (all’altro capo? A turno: un Pete Doherty, una Kate Moss, Britney Spears o Lindsay Lohan) discintamente coricata sul divanetto di un club privè di Soho. Perché il lavoro di questa dark lady pret a porter, di questa Lydia Lunch del neo soul, disossato di ogni sovrastruttura moralistica, possa rivelarsi, prospetticamente, in tutto il suo valore..

Basta sforzarsi di ascoltare attentamente un pezzo come Rehab (il che non vuol dire piazzarlo smaccatamente in sottofondo e lasciare che sia... tipo i servizi mondani di “Studio Aperto”) per accorgersi che la ragazza batte in cinismo e consapevolezza persino chi sul cinismo (mascherato da miti consigli) s’è costruito una reputazione: lo staccato scandito dagli handclappin’ e doppiato dalle fanfare enfie come quelle di una big band, i contrappunti orchestrali à la Bacharach (archi, piano e vibrafono) sullo sfondo, e in primo piano il lamento sfrontato, lo shout arrotato e contorto, il miagolio sulfureo e sarcastico di una randagia che rifiuta di conformarsi al cliché “notturno hollywoodiano” dei vizi privati e delle pubbliche virtù. You Know I’m Not Good è una cantata soul jazz proporzionata al metro dell’ hip hop (le sincopi di cassa e rullante, il loop del basso che sembra tolto di peso a “Jump Around” degli House of Pain): e dove finiscono i meriti musicali (di Mark Ronson, in particolare) cominciano quelli letterari, con le liriche al curaro della Winehouse, affettate da rime regolari che rivendicano, forbite, puntuali e spietate, l’ennesima orgogliosa ammissione di solitudine e diversità.

E ancora: Me And Mr Jones, in stile Motown, con l’inossidabile pattern di fiati e batteria e i cori doo wop che, aggiornati ai tempi, ripetono parole dolci come “fuckery” e “dick to me”; Just Friends, stesso Tamla sound ma con andatura ska; Back to Black, una delle vette del disco, con la ritmica del piano che sembra quasi una rimembranza di “New York, New York” e dell’età dell’oro dei musical, l’orchestrazione spectoriana e le note in “nero” di Amy che non avrebbero sfigurato nella “Carmen” afroamericana diretta da Otto Preminger. L’altro capolavoro è Love Is A Losing Game (vincitrice del premio Ivor Novello e inserita come testo d’esame a Cambridge), tutta costruita sulle similitudini come una lirica amorosa del XIII secolo, una sorta di My Way al femminile con la chitarra funky che spicca sull’accompagnamento old-fashioned da canzone confidenziale (con Amy che azzera ogni prevaricazione sessuale in un ruolo, quello del crooner, storicamente mascolino). Tears Dry On Their Own ha l’incedere ascendente d’uno standard di Aretha, una disillusa R-E-S-P-E-C-T del nuovo millennio in cui, mutatis mutandis, uomini e donne hanno smesso di credere l’uno nell’altra (“I should’nt play myself again / I should just be my own best friend / Not fuck myself in the head by stupid man”) o in un legame franco e duraturo (“Even if i stop wanting you / A perspective pusher thru / I’ll be some next man’s othe woman soon”).

Wake up è un numero da girl group col testo, poetico e scurissimo, che è uno splendido, simbolico intarsio di Dylan e Sylvia Plath; Some Unholy War che, a tratti, la ricorda da vicino punta più decisa nei paraggi della Stax. In He Can Only Hold Her il piano, metallico e ficcante, martella sull’assito ritmico in modo tale che i fiati, assolti da questo compito, possono tracciare divagazioni armoniche sui beat alla Salt’n’Pepa; Addicted gioca sul contrasto fra l’r’n’b sincopato della sessione ritmica e l’arrangiamento da night club (tra gli ottoni spunta persino un clarinetto) con Amy che sbuffa la sua cocente ironia dolendosi candidamente di preferire la marijuana a nuove (dis)avventure amorose.

Un'opera ai limiti dell’ostentata perfezione pop(ular) cucita su misura per le doti immaginifiche della più grande interprete “black” (in tutti i sensi, tranne che per il colore della pelle) del Regno Unito. Diffidate delle chiacchiere e, soprattutto, delle imitazioni. Di quegli ipocriti che quando l’ipocrisia avrà ucciso, andranno all’inferno e si crederanno in paradiso.

Copyright 2009, by the Contributing Authors. Cite/attribute Resource. simone. (2009, December 07). Amy Winehouse - Back To Black (2007). Retrieved February 09, 2012, from conTESTI.eu Web site: http://www.contesti.eu/arte-design/musica/amy-winehouse-back-to-black-2007. This work is licensed under a Creative Commons License Creative Commons License