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Lydia Lunch - Big Sexy Noise

— archiviato sotto: ,

Lydia Lunch + Gallon Drunk = Big Sexy Noise. Il nuovo progetto della musicista, poetessa ed ex reginetta della No Wave ci trasporta nel cuore d'acciaio del blues più crudo e metropolitano

Il ritorno di Lydia Lunch

Ennesima riprova, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il rumore può essere sordo o assordante. Disperato o liberatorio. E, perché no, anche terribilmente sexy. Benvenuti nel selvaggio mondo di Lydia Lunch. La belva è fuori: fuma di rabbia ed ha una fame da lupa. Il che non è certo una novità se pensiamo che la signorina Lydia Koch fu soprannominata Lunch, proprio per la sua diabolica abilità nel procacciare pranzi a sbafo per se e per gli artisti spiantati (e affamati) della comune che la ospitava, poco più che adolescente, in quel di New York City. Storie di più di trent’anni fa. In mezzo: un appetito infernale per ogni tipo di esperienza creativa, eccitante, pericolosa. Lydia Lunch, signore e signori. E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.


Big Sexy Noise: dove il blues incontra il punk

Big Sexy Noise, nome che funge da titolo e ragione musicale del progetto, è la prima vera prova lunga e omogenea della Lunch dai tempi di Smoke In The Shadows (2004). Ad accompagnarla ed ispirarla in questo viaggio a ritroso nel rumore perduto, altri reduci della grande stagione del rock alternativo degli anni 90 ovverosia tre pinte su quattro di Gallons Drunk: James Johnston alla chitarra, Ian White alla batteria e Terry Edwards, organo e sax. “Big Sexy Noise” è un ritorno alle origini scandito dalla classe e dal senno della maturità, una sorta di “Gerovital” sonico, l’equivalente di quello che i Grindermen sono stati per Nick Cave, un paio d’anni or sono. Prima di tutto c’è il blues: basale, necessariamente esploso, catramato, rintronato di clacson e monossido metropolitano. Poi c’è il punk, quello più teatrale, vicino alla performance art: l’interpretazione della Lunch, la sua voce sempre più bassa, vetrosa, gracchiante, come quella di una barbona di che sbraita al buio, eclissata dalle luci di Times Square. Infine il noise: la distorsione, il fuzz schiumoso e purulento come una fogna che trabocca, il filo spinato dei feedback, il sax quasi free che sfregia i riff monolitici e fa da controcanto alla Lunch (quel sax che è da sempre il suo angelo/demone custode: prima James Chance, poi Pat Irwin, ora Terry Edwards), la scuola della no-wave e dei Sonic Youth (Kim Gordon è coautrice di buona parte dei brani).

Canzoni vecchie e nuove
È un bel pugno nello stomaco, Big Sexy Noise. È furia controllata, recitata, provocatoria. Una furia che attacca, sexy, ironica, sboccata, con Another Man Coming scandita da metriche scioccanti quasi a tempo di rap, assume tonalità jazzy e noir da scena del crimine nella minacciosa e ipnotizzante Bad For Bobby, e arriva a montare in una sorta di blues-doom iperrealistico con le poderose Baby Faced Killer e il monologo in un solo atto di Your Love Don’t Pay My Fuckin’ Rent. Poi c’è la cover vissuta di Kill Your Sons di Lou Reed: con la Lunch che quando dice - la voce dura e rovinata come le vene di un tossico veterano -  (…) but when you shoot you up with thorazine on/ crystal smoke/ you choke/ like a son of a gun, lei che nella sua vita ha flirtato più volte con la follia e i ricoveri mentali, dà letteralmente i brividi. Se non fosse per alcune cadute di stile (lo street-punk anthemico e sgolato di Digging The Hole e That Smell), Big Sexy Noise sarebbe un disco davvero da incorniciare.

 

Copyright 2009, by the Contributing Authors. Cite/attribute Resource. simone. (2010, February 06). Lydia Lunch - Big Sexy Noise. Retrieved February 09, 2012, from conTESTI.eu Web site: http://www.contesti.eu/arte-design/musica/lydia-lunch-big-sexy-noise. This work is licensed under a Creative Commons License Creative Commons License