L'imperfetto di conato - prima parte
L'accezione conativa è un'altra delle particolarità di cui si fa portatore l'imperfetto.
Le spiegazioni al riguardo, di solito, si somigliano molto fra di loro e l'imperfetto di conato viene generalmente definito come l'imperfetto del semplice tentativo confrontato con l'imperfectum corrispondente del latino. Plattner (1920, 273) e Bonnard (1960, 108) descrivono l'imperfetto di conato come tempo del'azione appena iniziata che non arriva a compimento; Bertinetto (1978) parla di imperfetto imminenziale e vi cataloga insieme quello conativo. Da questa linea generica si distacca la Pusch (1981) che distingue ben tre varianti di imperfetto di conato:
azione non iniziata e non portata a termine
(1) Rispondevo, ma nessun suono saliva alle mie labbra.
azione non terminata, ma iniziata
(2) Giovanni cadeva già nel burrone, quando gli ho steso la mano: sono arrivato appena in tempo.
imperfetto conativo retorico
(3) Morivo dal caldo.
(4) Annegavo nel lavoro.
Per il primo esempio non pare si possano muovere rilevanti obiezioni ad una interpretazione in chiave conativa dell'imperfetto: intendiamo, infatti, rispondevo come tentavo di rispondere, dove l'imperfetto rivela il semplice tentativo di iniziare - ed eventualmente terminare - un'azione.
Con questa interpretazione sono d'accordo i Le Bidois (1935-38, 428) quando dicono che L'autre trait caractéristique de l'imparfait, son caractére d'imperfectum (d'inachevé), lui permet de rendre una nuance délicate de l'action. L'action inachevée est plus d'un fois una action qu'on a tanté de mener à bonne fin, mais sans y pervenir. De là cet imparfait qu'on peut appeler 'de tentative', (les Allemands disent: de conatu).
Chi non è per nulla d'accordo con questo punto di vista è Warnant (1964, 662, nota 1) quando insiste sul fatto che non tutte le azioni del passato presentate con un carattere d'imperfectum sono necessariamente da intendere come azioni che abbiamo tentato di portare a termine senza riuscirci.
Ma a questa affermazione si oppone Ronconi (1971, 227) quando afferma che l'imperfetto di conato vale per il passato e ha larghe applicazioni:
veniebatis in Africam (= cercavate di venire in Africa)
dove l'imperfetto corrisponde ad un presente altrettanto imperfettivo venis (= tu cerchi di venire). D'altra parte, anche nell'esempio citato da Le Bidois (cit. in Warnant, 1964, 661-2):
Porquoi détournais-tu mon funeste dessein?
appare chiaro come l'imperfetto contenga l'idea dell'inutilità dell'azione, che rimane sospesa, e si tratti, quindi, di un vero e proprio imperfetto di conato, più che di una forma di rimprovero attenuata - che ci farebbe scivolare nell'imperfetto di modestia.
Imperfetto vs semantemi
Come si è già accennato, Warnant tende ad eliminare molti valori modali all'imperfetto, giustificando questa sua operazione come una distinzione fra valori intrinseci al tempo e valori aggiunti dal contesto:
[...] ce son les sémantemes que nous y font découvrir une tentative. [...] Le rôle de l'imparfait? Nul. (ib., 662)
È vero che il valore modale dell'imperfetto può variare a seconda del contesto, ma non sempre questo accade: ci sono casi in cui la modalità è da far risalire unicamente all'imperfetto.
Per quanto riguarda il secondo esempio, l'azione descritta non è giunta a termine, naturalmente, ma era già iniziata, per cui, qui, sarebbe forse il caso di parlare di imperfetto imminenziale - sottolineato dall'avverbiale già - e di interpretare cadeva come stava per cadere e non già, logicamente come tentava di cadere. Si può sottolineare, inoltre, la presenza di un effetto di esagerazione, se si presuppone, evidentemente, che il significato letterale della frase non sia l'unico esistente: noi non sappiamo se, nella relatà, Giovanni fosse effettivamente sul punto di cadere nel burrone, o se il locutore che riporta il fatto (L2, nella terminologia di Damourette e Pichon) aggiunga informazioni o impressioni personali all'avvenimento.
Imperfetto conativo retorico
Gli esempi (3) e (4), infine, sono classificati dalla Pusch come imperfetto conativo retorico. Ma più che di retorica, qui sarebbe il caso di parlare di effetto di esagerazione, anche se l'imperfetto, in frasi come queste, non è l'unico tempo verbale ad esserne portatore. Se sostituiamo l'imperfetto con il presente, infatti, le frasi hanno lo stesso significato e, quel che più conta, conservano il valore di esagerazione. A questo proposito, ricordiamo cosa dice Weinrich (1980, 142) sull'imperfetto di conato.
Imperfetto e verbi telici
L'anello di congiunzione è rappresentato dai verbi morire e annegare: proprio considerando questi verbi Weinrich (ib.) coglie l'occasione per notare come quasi tutte le grammatiche del francese e dello spagnolo contengano esempi di imperfetto di conato con i verbi su citati1.
(5) Moi, je me noyais un beau jour dans le Tamise, tu m'as tiré de l'eau...(V. Hugo)
È chiaro che il locutore non è annegato, sia perchè ci riferisce personalmente il fatto, sia perché è stato tirato fuori dall'acqua.
Un esempio analogo è quello citato da Gili y Gaya (1943, par. 124):
(6) Le dió un dolor tan fuerte que se moría; hoya está mejor.
Anche qui, la persona di cui si parla non è morta, anzi oggi sta meglio. In entrambi i casi, bisogna allora intendere essere sul punto di morire e essere sul punto di annegare.Ma come è possibile che l'imperfetto acquisti il valore del mero tentativo? Se seguiamo l'opinione di Stern (1952, 25), dobbiamo avvalerci della semantica e interpretare me noyais in questa chiave. Ma pare che tanto Weinrich (ib.) quanto Garey (1957, 91-110) non siano d'accordo su questo tipo di analisi.Garey oppone una soluzione abbastanza contorta, tirando in campo i verbi telici - cioè quei verbi che secondo la natura della loro azione devono arrivare ad un compimento - fra i quali morire ed annegare. Se tali verbi vengono messi all'imperfetto, ne risultano, per così dire, attenuati, grazie all'aspetto imperfettivo del tempo.
Questa attenuazione, sarebbe, appunto, espressa tramite stava per morire e stava per annegare. Ma Weinrich non crede che i verbi che indicano il morire e l'annegare si comportino diversamente da altri, anche se, semanticamente, la morte di una persona è l'avvenimento più importante della sua vita.
Egli riporta semplicemente la questione al solito rapporto narrare/commentare e ci offre un esempio tratto da V. Hugo (Châtiment, V, 13):
(7) Chefs, soldats, tous se mouraient. Chacun avait son tour.
che serve a dimostrare come, in questo caso, se mouraient non si possa interpretare stavano per morire, perchè i soldati di Napoleone dei quali si parla sono morti veramente: qui, semplicemente, la morte viene narrata, invece che commentata. Vale a dire che, in questo caso, pur essendo la morte importante per una persona, si trova nello sfondo e, di conseguenza, il verbo usato è l'imperfetto, anzichè il passato remoto.
Se Weinrich riduce l'imperfetto di conato a una mera questione di primo piano/sfondo, Blücher (1974, 226) lo annulla del tutto e, attraverso vari esempi, dimostra come l'imperfetto sia commutabile con il passato prossimo e il passato remoto. Gli esempi considerati riguardano per lo più il verbo dimenticare:
(8) Ma che testa ho, cara. Dimenticavo di dirti che fra poco verrà qui il senatore Tassoni.
(9) Dimenticavo di dire che s'è inoltre preso anche due baionettate austriache...
(10) Sì, ve lo avevo detto io...ma mi dimenticavo un altro impegno.
Come detto sopra, Blücher ammette la sostituzione di dimenticavo con ho dimenticato e dimenticai, mentre rifiuta il senso generalmente attribuito al verbo di lo stavo dimenticando, ma ciò non è avvenuto e ora ve lo dico. Questo rifiuto è motivato dal fatto che Blücher non vede in questi imperfetti un aspetto imperfettivo, tant'è che ribadisce come in casi simili l'imperfetto si trovi in contesti perfettamente passibili di commutabilità. Personalmente, trovo che questo tipo di spiegazione non sia così evidente come sembra voler fare apparire l'autore, anzi, propenderei per una interpretazione conativa degli esempi (8), (9) e (10).
A sostegno della sua testi, Blücher cita altri esempi dove sono presenti avverbi:
(11) Una volta ha fatto una gran fiammata e per poco non mi prendevano fuoco i capelli.
che, a prima vista, verrebbero individuati come imperfetti di conato, se non esistessero anche esempi tipo il seguente:
(12) Per poco non cascò dallo spavento...
per poco e quasi avrebbero la funzione di modificare il verbo: vale a dire che, in entrambi gli esempi si tratta di Sv non portati a termine, per cui egli conclude che anche un passato remoto può essere collocato in un contesto imperfettivo, la qual cosa annullerebbe automaticamente la denominazione di imperfetto di conato. Come al solito, si potrebbe continuare ad argomentare sull'esistenza o meno dell'imperfetto di conato, portando a riprova esempi da ambo le parti: Ma si rischierebbe solo di giungere a delle spiegazioni tali da sembrare prefissate a priori. Preferiamo esaminare, allora, individualmente, un certo numero di esempi, senza affermazioni prestabilite.
Note
1 Evidentemente, si è prestata particolare attenzione alla Aktionsart di questi verbi, e al suo interinseco valore di esagerazione.
Bibliografia
Bertinetto P. M., 1978, Tempo e aspetto nel verbo italiano. Il sistema dell'indicativo, Dispense del corso di Storia della Lingua Italiana.
Bonnard H., 1960, Grammaire français des lycées et colléges.
Blücher K., 1974, Studio sulle forme 'ho cantato', 'cantai', 'cantavo', 'stavo cantando'. Struttura, funzione e uso nel sistema verbale dell'italiano moderno, Bergen, Oslo.
Garey H. B., 1957, Verbal Aspect in French, 'Language', XXXIII.
Le Bidois G. e R., 1935, Sintaxe du français moderne, Paris.
Warnant L., 1964, Le role du contexte dans les valeurs de l'imparfait, in Melanges de linguistique romane et de philologie medievale offerts a M. Maurice Delbouille, Gembloux, pgg. 653-73.
Pusch R., (n.d.), Das italianische Tempussystem, in Schwarze C. (ed), Bausteine fur eine italianische Grammatik, Tubingen.
Plattner M., 1920, Grammatik der Französichen Sprache.
Stern H., 1952, Les temps du verb fini (indicatif) en français moderne, Copenhague.
Ronconi A., 1971, Interpretazioni grammaticali, Padova.
Weinrich H., 1980, Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo, Il Mulino, Bologna.
