L'imperfetto di modestia
Il cosiddetto imperfetto di modestia è uno dei ruoli che l'imperfetto è in grado di ricoprire.
Come rileva Bertinetto (1978), la caratteristica del tempo imperfetto è di essere un tempo fondamentalmente imperfettivo, a prescindere dal grado di indeterminatezza fornito dal contesto. Considerando l'uso che dell'imperfetto si fa con i verbi modali e trasformativi, ne deriva una capacità di questo tempo di rivestire i ruoli più diversi, uno dei quali è il cosiddetto imperfetto di modestia o cortesia, o ancora attenuazione molto diffuso sia nella lingua parlata che nella letteratura.
Si tratta di una sostituzione del tempo imperfetto ad un altro tempo - sovente perfettivo - in contesti che vengono così ad assumere valenze semantiche diverse o, almeno, sfumature di significato a-normali. L'elasticità propria dell'imperfetto ci permette di utilizzarlo, quindi, non solo come semplice tempo del passato volto alla definizione simultanea di due o più azioni, ma anche di conferirgli valenze ulteriori.
Fra i più comuni esempi di imperfetto di cortesia è il tipo: Volevo una maglietta, o Volevo del pane. Certamente, qui volevo non è da intendere letteralmente come tempo situato nel passato di una situazione pre-discorsiva - come, invece, sembra fare Ronconi (1944-45) parlando di intenzione precedente e di successiva rinuncia espressa mediante l'imperfetto - bensì come un tentativo di prendere le distanze, facilitato del resto dalla natura imperfettiva dell'imperfetto, che tende a presentare l'azione come non completamente compiuta. Questa interpretazione trova anche d'accordo i Le Bidois (cit. in Warnant, 1964). Effettivamente, non sembra logicamente accettabile che il locutore, pur avendo cambiato idea circa una sua precedente intenzione, la porti ugualmente a termine, esprimendo con 'volevo' una rinuncia che, nei fatti, non si attua.
A questo proposito, abbiamo esempi interessanti che Blücher (1974) trae dalla letteratura, fra i quali il seguente:
- ma sì, dica, voleva dire ancora qualcosa?
- Oh! che sono una madre con un figlio morto, volevo dire. (Fabbri, D., Processo a Gesù, 1963)
dove è evidente che l'uso dell'imperfetto volevo non è indice di un precedente desiderio specifico poi abbandonato, come prova l'avvenuta esposizione discorsiva. Egli ne conclude che, in frasi come questa, l'imperfetto non veicola altro significato particolare se non quello di dare un tono di cortesia o modestia all'enunciato.
Il tratto interessante - e che Ronconi non sembra aver considerato - è la fittizia dislocazione temporale (Bertinetto, 1978) provocata dall'uso dell'imperfetto la quale, tuttavia, pur permettendo al locutore di prendere le distanze dalla situazione discorsiva, non esclude un suo coinvolgimento emotivo - al contrario di ciò che affermano Wagner e Pinchón (cit. in Warnant, 1964).
È perfino possibile che proprio questa sia la causa della presa di distanza attuata dal locutore mediante l'imperfetto. Di questa opinione è Weinrich (1980, 264), quando parla di metafora temporale con sfumatura di modestia originata dalla sovrapposizione di due transizioni eterogenee di primo e di secondo grado. Esemplificando, si ha la transizione eterogenea di primo grado con il passaggio dal presente all'imperfetto - voglio dirti -, mentre la transizione eterogenea di secondo grado si origina contemporaneamente all'uso del verbo modale, che di per sè è limitativo: volevo dirti è, infatti, meno categorico ed ha un impatto meno forte rispetto a ti dico.
La fittizia dislocazione temporale di cui si parlava sopra è la stessa individuata da Fogarasi (1968, 279) come estraniamento dalla realtà a fini di cortesia. Ma egli nota anche come frasi tipo:
ne voleva? (pronunciata, ad esempio, offrendo una sigaretta dopo essersi precedentemente serviti) siano indice di evidente scortesia, in quanto cercano di recuperare un precedente comportamento poco corretto.
Proprio quest'ultima frase ci offre l'occasione di notare, ancora una volta, come l'imperfetto sia un tempo fondamentalmente imperfettivo e riesca a coprire un campo di valenze più ampio di altri tempi.
Tuttavia, non bisogna cadere nell'errore di attribuirgli una varietà spropositata di valori, come fa giustamente notare Warnant (1964). Purtroppo, nel tentativo di porre un freno all'illimitato frazionamento dei valori attribuiti all'imperfetto, egli cade nell'errore opposto e, cercando di recuperare tutto il possibile a livello morfologico, erige una barriera fra grammatica, semantica e stilistica. Per Warner, infatti, ogni valore dato all'imperfetto che dipenda dai semantemi, dall'intonazione e dalla punteggiatura, varca i confini della grammatica vera e propria e scivola in altri campi, che egli non intende considerare ai fini di una corretta attribuzione di valenze all'imperfetto. Ma non si vede quanto sia utile scindere così nettamente grammatica e semantica.
Sempre nell'ambito delle considerazioni sull'uso dell'imperfetto di modestia, il prof. Orioles (Sociolinguistica 200/2001), ne parla nella sua trattazione sulla variabilità diafasica, sottolineando come essa comprenda ...le alternative funzionali all'interno del repertorio di un dato individuo o gruppo di individui, ossia le diverse modalità d'uso di una lingua che siano influenzate dalla situazione comunicativa. (...) Una stessa persona può dunque selezionare dei moduli linguistici molto diversi per esprimere più o meno lo stesso contenuto semantico in occasioni diverse.:
- Volevo dirti che...- Le scrivo per informarla che...
ESEMPI
- Je voulais vous demander ...(Weinrich, 1980, 264)
- Volevo chiedere... (ib.)
- Ich wollte einmal fragen...(ib.)
- Querría preguntarle...(ib.)
- Vínhamos hazer un pedido...(ib.)
- I wanted to ask you...(ib.)
- Demaenetum volebam...(ib.)
- Volevo dirti una cosa... (Fogarasi, 1963)
- Volevo dirti che ho avuto finalmente quel posto di consigliere di Idi Amin. (Bertinetto, 1978)
- Venivo a dirti che me ne vado.
- Volevi dirmi qualcosa?
- Ci premeva sapere se il professore è tornato. (Regula-Jerney, 1965, 129)
- Venivo a chiederle un favore. (Battaglia-Pernicone, 1960)
- Desideravo acquistare un vestito. (ib.)
- Eccellenza, desideravo pregarla se domani potesse dare ordini che mi diano una carrozza. (Il gattopardo, 247, cit. in Blücher, 1974, 192)
- Volevo solo parlarvi. Ecco quanto io ho pensato. (Il visconte dimezzato, 92, cit. in Blücher, 1974, 192)
- "Buona sera", dissi "Cercavo il dott. Malnate" (Il giardino dei Finzi-Contini, 244, cit. ib.)
- Pensavo di chiamarlo Giulio, mamma... (Il cielo è rosso, 19, cit. ib.)
- Sono campioni. Contavo consegnarli a una persona, che alloggia in questo albergo, per dargli lavoro. (Il commissario De Vincenzi, 111, cit. ib.)
- Volevo del pane, per favore. (Harris, 1978)
- Ne voleva? (Fogarasi, 1963)(22) Che cosa desiderava, signore?
- Desiderava, signore? (Regula-Jerney, 1965, 129)(24) Volevo un paio di guanti. (ib.)
- O non s'accorgono che è nel loro interesse? Come quando si trattò di rizzare la statua della Bilancia in Piazza S. Trinità, anzi, la colonna, ora mi sbagliavo, come gli disse quello? Più vino agli uomini e meno acqua alle corde. (Pratolini, cit. in Fogarasi, 1963)
- Dove andavi così di fretta?
COMMENTO AGLI ESEMPI
La quantità di esempi finora raccolti non è tale da permetterci una conclusione definitiva, ma possiamo ugualmente tentare una analisi - anche se a grandi linee - delle varie frasi contenenti imperfetti di modestia. Gli esempi più numerosi sono quelli comprendenti un verbo ed un infinito (cfr. 1-19), ma non è sempre facile attribuire tout-court una valenza di modestia al verbo modale. D'altronde, non sarebbe neanche possibile farlo dato che, quasi sempre, esistono contro-esempi atti a smentire eventuali affermazioni troppo dogmatiche. Lo stesso fine si può raggiungere togliendo o aggiungendo elementi alla frase, in modo da controllare, di volta in volta, il comportamento del verbo e notare una sua perdita o conservazione di modalità.
A questo riguardo, esaminiamo l'esempio (18):- Pensavo di chiamarlo Giulio, mamma...che, così com'è, può benissimo essere spiegato come imperfetto di modestia, se immaginiamo che la frase venga detta da un figlio in attesa di un cenno di assenso o di diniego da parte di una madre della quale paventa le possibili reazioni. Ma, se trasformiamo la frase mediante una aggiunta, questa diventa:(18a) - Pensavo di chiamarlo Giulio, mamma, ma è meglio che lo chiami Carlo, acquistando sfumature di conato e di potenziale.
Altra variazione, sulla stessa frase, può essere effettuata sostituendo semplicemente un punto ai puntini di sospensione:
(18b) - Pensavo di chiamarlo Giulio, mamma.
Di conseguenza, si intuisce come l'uso dell'imperfetto 'pensavo' abbia la sola funzione di aggiungere una nota cortese all'enunciato: il figlio avrebbe molto più semplicemente potuto dire "Lo chiamo Giulio, mamma", usando un indicativo con un semplice valore informativo. Potremmo, allora, dire che nella (18b) l'imperfetto ha pura funzione informativa.
Altri esempi (cfr. 20-26) comprendono solo un verbo modale e, data la loro relativa semplicità, non presentano particolari problemi di interpretazione. Tuttavia, vale la pena notare come, contestualizzando il (21) - immaginando, cioè, che la frase venga pronunciata da un locutore che offre, ad esempio, una sigaretta ad un ascoltatore dopo essersi già servito - l'effetto di cortesia si ribalti, curiosamente, sul versante opposto della scortesia. In altre parole, l'imperfetto suonerebbe come un rivelatore d'incongruenza, svelando il tentativo di recupero di una precedente azione poco corretta.
A riguardo dell'esempio (26), si può provare, previa contestualizzazione (il locutore incontra un amico e, senza che questi debba interrompere la marcia, gli pone la domanda) a sostituire il presente all'imperfetto:
- Dove vai così di fretta?
La frase perde, così, ogni valore modale e si trasforma in una semplice domanda.
Anche l'esempio (25) presenta una situazione analoga. Con la sostituzione del presente all'imperfetto, la frase diventa Ora mi sbaglio e naturalmente perde il suo valore modale. Ma c'è di più: la comparsa dell'imperfetto non ci consente più di notare la differenza tra ME (Momento dell'enunciato) ed MA (Momento dell'avvenimento)- che era sottolineata dall'accostamento tra l'avverbiale 'ora' e l'imperfetto. Infatti, l'uso del presente ci riporta esclusivamente ad un punto presente o ad uno futuro, ma in nessun caso al passato.
Una nota d'attenzione merita, infine, l'esempio (11) che, senza dover necessariamente sostituire l'imperfetto con il presente, si presta già da sè a due differenti interpretazioni: Qui, basta dare un'intonazione di voce diversa e la frase assume o il valore di un incoraggiamento a parlare o quello opposto di un velato invito a tacere.
I pochi esempi qui esaminati rappresentano solo uno spunto per ulteriori analisi. Quello che si vuole qui far notare è che non tutti quegli imperfetti che a prima vista sembrano avere valenze di modestia, in realtà le hanno. Le varie sostituzioni e modifiche operate su questi esempi dimostrano come, cambiando la frase, si possa cambiare la valenza o, addirittura, annullarla.
Note bibliografiche:
Battaglia S. - Pernicone V., 1974, Grammatica italiana, Loescher, Torino.
Bertinetto P. M., 1978, Tempo e aspetto nel verbo italiano. Il sistema dell'indicativo, Dispense del corso di Storia della Lingua Italiana.
Blücher K., 1974, Studio sulle forme 'ho cantato', 'cantai', 'cantavo', 'stavo cantando'. Struttura, funzione e uso nel sistema verbale dell'italiano moderno, Bergen, Oslo.
Fogarasi M., 1969, Grammatica italiana del Novecento, Tankonyvkia, Budapest.
Harris M., 1978, The Evolution of French Syntax: a Comparative Approach, Longman, London.
Le Bidois G. e R., 1935, Sintaxe du français moderne, Paris.
Orioles V., Sociolinguistica 200/2001, Variabilità diafasica, Università degli Studi di Udine.
Regula M. - Jerney J., 1965, Grammatica italiana descrittiva su basi storiche e psicologiche, Francke Verlag, Munchen.
Ronconi A., 1971, Interpretazioni grammaticali, Padova.
Weinrich H., 1980, Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo, Il Mulino, Bologna.
Warnant L., 1964, Le role du contexte dans les valeurs de l'imparfait, in Melanges de linguistique romane et de philologie medievale offerts a M. Maurice Delbouille, Gembloux, pgg. 653-73.
