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Il Dragone ha i numeri

— archiviato sotto:

E' stato presentato nella Sala Colonne del Municipio, il libro “Cinesi a Torino”. Una fotografia dettagliata di come i cinesi siano una comunità produttiva numerosa eppure ancora troppo poco integrata nel tessuto sociale della città.

di Massimo Fortin

È stato presentato nella Sala Colonne del Municipio, il libro “Cinesi a Torino”, edizioni il Mulino. Era presente PierLuigi Zoccatelli, vicepresidente CESNUR, uno degli autori che ha studiato, con l'ausilio statistico dell'Università e del Comune della nostra città, il fenomeno della popolazione del “Regno di Mezzo” sul nostro territorio.

Numeri fuori ordinanza, 4081 regolari residenti a Torino, erano 828 nel 1990. La prima loro immigrazione risale alla fine della prima Guerra Mondiale, dopo aver lavorato sostituendo un buon numero di francesi nelle loro fabbriche, e subito dopo, varcando il confine transalpino, fermandosi sotto la Mole. Il 48 per cento della loro popolazione è femminile, il ricongiungimento con la famiglia avviene quindi dopo pochissimi anni. La zona di provenienza per il 90 per cento è quella dello Zehjiang; definiti gli ebrei della Cina: non cercano solo il lavoro, ma la possibilità di migliorare la loro condizione, diventando imprenditori, laoban, avendo già il capitale e la forza lavoro da investire. Il 30 per cento ha una casa di proprietà, sono titolari di 543 attività commerciali, di cui 69 banchi nei mercati rionali. Popolazione giovane: solo il 17 per cento ha più di cinquant'anni e una volta diventati affermati imprenditori, alcuni ritornano in Patria, come dice il loro proverbio 'Vai all'Estero e torna vestito di seta'.

L'etica del lavoro e la famiglia, sono i loro obiettivi; non sono sensibilizzati dalla religione e dalla politica, solo il 40 per cento conosce il cinese mandarino; sbrigano le pratiche burocratiche avvalendosi delle loro due associazioni presenti sul territorio. Si fanno aiutare dai loro figli, che frequentano le nostre scuole , perchè molti non conoscono la nostea lingua: non stupiamoci quindi nel vedere in qualche ufficio pubblico, bambini di sette anni che svolgono la funzione di interpreti. Il reticolo Welfare viene così ampiamente sfruttato per risolvere i loro problemi.

Restano le questioni in sospeso tra la nostra cultura e la loro, differenze di trattamento che spesso vengono lamentate dal cittadino. Rispettiamo il loro confucianesimo, la loro serenità, l'abnegazione al sacrificio lavorativo; il recente regolamento comunale in materia di commercio, permette all' esercente di equiparare il proprio orario di servizio al centro commerciale, fatti salvi i turni di riposo del personale. In molti locali cinesi si lavora sette giorni su sette, ma non è rispettato il diritto del riposo.

Vanno bene i prezzi concorrenziali, ma se l'orario di chiusura dei centri massaggio è alle 22, perchè un cliente viene accettato ben oltre le 22,30 con la conseguente chiusura oltre le 23? Il motivo per cui al mercato di Porta Palazzo la Polizia municipale, per loro stessa ammissione, non controlla i commercianti cinesi, giustificandosi dicendo che è difficile riconoscerli, non è sufficiente. I numeri parlano, le leggi esistono, gli organi di controllo percepiscono? La nostra amministrazione deve impegnarsi maggiormente e vederci chiaro, regolamentando quanto ancora no lo è stato: il lavoro è lavoro, ma il rispetto reciproco, quando...si 'gioca in trasferta' è altrettanto importante.