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La politica economica italiana proiettata nel futuro

— archiviato sotto:

Di che cosa dovrebbe occuparsi la politica economica di un paese? Il decisore politico, per Mario Draghi, deve “tener conto di tutti gli indicatori: soggettivi e oggettivi”, rispondendo alle “vere aspirazioni dei cittadini”.

La politica economica italiana proiettata nel futuro

Fonte img: risodegliangeli.corriere.it

La difficoltà dell’economia italiana di crescere e di creare reddito non deve smettere di preoccuparci- prosegue il governatore di Banca d’Italia nel suo discorso tenutosi in occasione del convegno in ricordo di Giorgio Fuà- ma bisogna adottare una visione ampia di benessere, non limitata alla produzione di beni e servizi quindi estesa alla qualità della vita, esortando, dunque, chi abbia responsabilità di politica economica e sociale, ad affinare le strategie di promozione dello sviluppo, per meglio adattarlo all’evoluzione delle tecnologie, dei mercati globali, del costume.

Partendo da questo ragionamento, che condivido, sono tre i settori che rappresentano nel lungo termine l’unica speranza per ogni nazione di competere con successo nel mercato globale e di svilupparsi: la cultura, la conoscenza, lo spirito innovativo. La situazione italiana odierna, invece, è ben lungi dal perseguire questi obbiettivi, e lo stesso Draghi lo sottolinea: L’inazione ha costi immediati. Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani. La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia deve allarmarci.

Barack Obama, in USA, ha chiaramente spiegato che i settori su cui si investirà saranno soprattutto la cultura e la ricerca. Dello stesso avviso sono i governi europei. Ad eccezione proprio dell’Italia, che sta effettuando ingenti tagli nei settori chiave, senza minarne, aimè, gli sprechi ma le fondamenta stesse. Potremmo dirci che è importante tagliare la spesa pubblica per non aumentare ancor di più lo strutturale ingente debito italiano e, dunque, evitare di pagare in futuro interessi sul debito pubblico esorbitanti; ma quello che i politici tralasciano volutamente di spiegare ai cittadini è che il problema non è il debito in sé, ma l’aumento degli interessi da pagare sul debito emesso in rapporto alla velocità di crescita del paese. L’Italia non cresce, né sembra plausibile un sostanziale miglioramento nel suo PIL di medio- lungo termine.

Senza contare la politica monetaria della BCE, che va tutta in altra direzione, vorrei riprendere Keynes e la teoria del supporto statale alla domanda. In soldoni, lo Stato dovrebbe intervenire aumentando la spesa pubblica (senza sprechi e ruberie della politica e delle cricche) almeno nel periodo di crisi, per creare nuovi posti di lavoro ed alzare gli stipendi per chi già lavora, affinchè le famiglie possano spendere di più e dunque, stimolare la produzione di beni delle aziende, scuotendo così l’intera economia.

In Italia fondamentale sarebbe poi il controllo per debellare l’evasione fiscale, la lotta alla criminalità e quella alla corruzione; l’investimento di risorse in cultura, ricerca e innovazione (puntando sui giovani e intervenendo sul nero precariato); i tagli alla burocrazia per stimolare l’iniziativa imprenditoriale (l’Italia è al 27 posto nella classifica della Banca Mondiale dopo gli Emirati Arabi, la Repubblica Ceca ed il Cile per difficoltà di incominciare un’attività imprenditoriale, mentre ai primi posti troviamo Danimarca, Canada e USA); le politiche per dare ai cittadini più diritti, senza dimenticare gli immigrati, i quali potrebbero uscire dall’economia sommersa e, con una legge che faciliti la regolamentazione e l’ottenimento della cittadinanza, pagare anche le tasse come tutti; le politiche volte a stimolare la partecipazione delle donne alla vita pubblica (i paesi più sviluppati hanno un tasso di occupazione femminile maggiore rispetto a quelli meno industrializzati); la redistribuzione dei redditi per permettere a più denaro di circolare nell’economia; politiche volte a svecchiare le istituzioni e i più alti livelli dell’impresa, incentivando la formazione e l’occupazione dei giovani talentuosi.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo è quello che vorrebbero tutti. Ma dove si potrebbero trovare le risorse necessarie? Inizierei partendo dalle briciole, per esempio, dalla restituzione dei 25 miliardi di euro di tagli contenuti in finanziaria, scippati alla cultura e all’istruzione, alla sanità e alla giustizia: recupererei una quota delle risorse dai 140 miliardi di euro che ci costa l’evasione e dai 60 miliardi all’anno che brucia la corruzione, oppure ancora, altri spiccioli li drenerei dai 750 milioni di euro stanziati per il proseguimento di quest’anno della missione di pace (?!) in Afghanistan.

Qualche altro spreco, come i 4 miliardi di euro all’anno che si spendono in auto blu, si trova sempre, purchè si abbia la volontà di cambiare le cose. Ma i piccoli interventi economici selettivi contro le caste, in Italia, si chiamano utopia.