L'Italia e le occasioni perse
In Italia quante occasioni economiche abbiamo perso? La domanda necessita di una risposta articolata, anche se per ottenere un quadro complessivo della situazione si dovrebbe andare indietro con la memoria fino al Dopoguerra, per poi ripercorrere nel dettaglio tutti i momenti storici cruciali dell’Italia fino ai giorni nostri (un esempio su tutti: il caso del presidente dell’Eni Enrico Mattei che cercò di incrinare la supremazia petrolifera delle “sette sorelle”).
Un’occasione persa di grande portata economica e carica di valenza simbolica, emerge dalla classifica di Freedom House, l’organizzazione internazionale che studia il livello di libertà di stampa nel mondo, che nel 2010 relega l’Italia al 24° posto sui 25 Stati europei considerati (con performance migliore rispetto alla sola Turchia) e al 72° posto nella classifica mondiale (con Benin, Hong Kong e India, e dopo il Tonga, il Belize e il Mali).
L’occasione sprecata in questione è la mancata asta pubblica per l’attribuzione delle nuove frequenze televisive liberate dalla transizione dall’analogico al digitale. Lo Stato italiano, a differenza di Germania e Usa, ha deciso di escludere dalla gara gli operatori telefonici (con l’eccezione di Telecom Italia) e di rinunciare ai 4 miliardi di euro d’incasso che avrebbe potuto fruttare l’intera operazione se non si fosse deciso di procedere per delibere emesse dall’Autorità garante delle Comunicazioni.
Il tutto per preservare Mediaset di proprietà del presidente del Consiglio Berlusconi: l’8 aprile del 2009 infatti l’Agcom ha stabilito la suddivisione di 21 reti nazionali accese dalla tecnologia digitale, e venti sono andate di diritto, a titolo gratuito, agli operatori già detentori delle frequenze analogiche.
Altre occasioni perse che si riverberano ineluttabilmente sul sistema-paese, e dunque sull’economia, sono facilmente intuibili: la semplificazione burocratica annunciata e che non è mai stata percepita dagli operatori né dai singoli cittadini, lasciando pressocché inalterata la scarsa attrattiva italiana per gli investimenti provenienti dall’estero; una seria politica energetica che incentivasse l’energia pulita piuttosto che il ritorno controverso al nucleare; una regolarizzazione dell’immigrazione meno ottusa che riuscisse a far emergere il lavoro nero permettendo così allo Stato di incassare le imposte e i contributi Inps anche dagli stranieri ormai italianizzati; una efficace lotta alle mafie (anche attraverso segnali forti, non come avvenuto nel caso Cosentino), il cui giro d’affari – va ricordato – continua a costituire circa il 12% del Pil italiano; una legge contro la corruzione (presentata e poi tenuta in perenne stand by in commissione), fenomeno che, oltre a far perdere allo Stato 60 miliardi di euro all’anno, aggrava i costi per gli imprenditori che desiderano investire in Italia. Non ultima, in termini d’importanza, la decisione tutta italiana (in controtendenza rispetto ai paesi Ue e pure agli USA) di non puntare sulla ricerca di base proprio in tempi di crisi.
