Parte I: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia
“L’Italia non è il paese dei balocchi” ha dichiarato Gianfranco Fini dal palco della convention nazionale del FLI. E l’intervento di Mario Draghi dal titolo “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica” tenutosi al convegno in ricordo di Giorgio Fuà all’ISTAO- Facoltà d’Economia “G. Fuà” ha spiegato benissimo il perché.
La prima parte della relazione del governatore Draghi si intitola Il problema della crescita dell’economia italiana e riporta subito qualche dato europeo e mondiale per contestualizzare i cambiamenti che ci troveremo ad affrontare di qui a cinque anni: Secondo le stime del FMI, la quota dell’area euro nel PIL mondiale, pari nel 2000 al 18 per cento, scenderà al 13 per cento nel 2015. Nello stesso periodo la quota dei paesi emergenti asiatici raddoppierà, dal 15 al 29 per cento. Premesso questo, Draghi passa alla valutazione dell’economia italiana: La nostra economia risente più delle altre del mutamento radicale negli equilibri economici mondiali. Essa manifesta da anni un’incapacità di crescere a tassi sostenuti; l’ultima recessione ha fatto diminuire il PIL italiano di quasi sette punti.
Riassumendo in termini ancora più chiari: l’Italia è il fanalino di coda di un’Europa che nei prossimi 5 anni perderà sempre più terreno in termini di PIL, e dunque di crescita economica, rispetto alla Cina, all’India e alle cosiddette tigri asiatiche: Taiwan, Sud Corea, Singapore, Hong Kong. Se l’Europa non ride, l’Italia purtroppo piange, a causa di un’evidente perdita di competitività rispetto ai nostri principali partner europei perché in particolare, già tra il 1998 e il 2008 secondo i dati disponibili, si registra la difficoltà italiana ad incrementare la produttività del lavoro che in Germania è aumentata del 22 per cento, in Francia del 18 mentre in Italia solo del 3.
La relazione prosegue poi con le cause che rallentano l’incremento della produttività del lavoro, cioè i marcati e persistenti dualismi nella dimensione delle imprese, nel mercato del lavoro che Fuà definiva modello di sviluppo tardivo riguardo all’Italia, ovvero una difficoltà di introdurre in modo generalizzato le tecniche organizzative e produttive sviluppate nei paesi leader. Ciò produceva a sua volta una divisione tra imprese moderne e premoderne – una spiegazione che ricorda l’analisi dell’economia irlandese a struttura duale di sviluppo nel periodo precarestia, cioè precedente agli anni 1945-49, condotta da Lynch e Vasey – che comportava una dimensione media delle imprese italiane ridotta nel confronto internazionale. Anche oggi questo processo rende difficoltoso, specialmente per quelle più piccole, l’innovazione, che riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione. Per quanto concerne, invece, il dualismo nel mercato del lavoro, Draghi sottolinea l’aumento dell’ occupazione irregolare, che è stimata al 12% del totale delle unità di lavoro e prosegue chiarendo che le riforme attuate diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti alla crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità. In quest’ottica sarebbe sbagliato non richiamare l’importante teoria dell’ efficiency wages che delinea la necessità di uno stipendio adeguato (maggiore di quello di riserva che comporta indifferenza per l’individuo tra il lavorare o meno) che renda conveniente per il lavoratore rimanere nell’impresa – che l’ha formato e ha sostenuto costi considerevoli per l’accumulazione di capitale umano – e che ha un impatto notevole sulla produttività del lavoro perché il sentirsi bene incentiva a lavorare bene (Blanchard, Macroeconomia). Necessario anche il richiamo alla teoria del consumo fondata sull’allocazione intertemporale della spesa, che semplificata al massimo asserisce che l’individuo non spende solo in base al reddito corrente (dunque disponibile a breve) ma anche a quello che si aspetta riceverà durante tutto l’arco della vita. Questo meccanismo spiega perché la precarietà, caratterizzata da nessuna sicurezza lavorativa, provochi globalmente – oltre al calo della produttività del lavoro – la diminuzione dei consumi.
Altre motivazioni per la lentezza italiana nell’incremento della produttività, Draghi le ravvisa nell’interruzione dell’impegno a liberalizzare il settore dei servizi e nel difetto di social capability (termine mutuato da Fuà), ovvero la mancanza di un quadro politico e giuridico, di un sistema di valori, di una mobilità sociale, di un genere d’istruzione, di una disponibilità di infrastrutture tali da favorire lo sviluppo economico moderno.
Il discorso prosegue con la crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni (…). Talvolta viene notato come questi andamenti siano medie di un Nord allineato al resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Ma così non è. Anche se le carenze di social capability sono più marcate nel Mezzogiorno (…) la stagnazione della produttività nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio. È un problema del paese.
