Strumenti personali
Riflettori su... Daniela Baldo
 
Accedi


Hai dimenticato la tua password?
Nuovo collaboratore?

Become a registered user!

And discover all the benefits of sharing resources, partecipate to projects, access documentation, be published and more.

For more information click here.

Rubriche e speciali

Invia eCard

ButtonCartolina.png

Separatore Orizzontale

Linguistica

AntoLinguistica.jpg

Separatore Orizzontale

Cioccolata a colazione

cioccolata.jpg

Separatore Orizzontale

Archivi

 Separatore Orizzontale

Riservato alla redazione

Centro di documentazione

Chi siamo

Per saperne di più, vai alle pagine

email: redazione@contesti.eu

La testata è realizzata con software opensource

Registrazione presso il Tribunale di Torino n. 36 del 17/06/2009
Direttore Responsabile Rosanna Caraci

 

Parte II: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia

— archiviato sotto:

Nella prima parte dell'articolo, si è affrontato il tema della produttività e della competitività italiana rispetto all'Europa e all'emergente Asia. In questa seconda parte, invece, si affrontano altre due questioni di forte attualità: gli "indicatori di benessere" e "il compito della politica economica", esaminati nell’intervento di Mario Draghi dal titolo “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, tenutosi al convegno in ricordo di Giorgio Fuà all’ISTAO- Facoltà d’Economia “G. Fuà”.

Parte II: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia

Fonte img: webalice.it

Il secondo paragrafo dell’intervento si intitola Indicatori di benessere e sprona a considerare oltre il tradizionale tema della quantità di merce prodotta [il PIL, ndr] anche altri fattori, altrettanto importanti, che caratterizzano l’economia di un paese, ovvero tra gli altri l’equilibrio con l’ambiente naturale, il senso di soddisfazione o alienazione che caratterizza il lavoro, che citava lo stesso Fuà. Nel valutare il livello di benessere, la Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, nominata da Sarkozy e presieduta dal premio Nobel Joseph Stiglitz, propone di tenere conto della ricchezza cioè del risparmio accumulato nel tempo dalle famiglie, oltre che dei flussi di reddito e di consumo. Negli anni più recenti l’insicurezza dei rapporti di lavoro, il ridimensionamento del sistema di protezione sociale pubblico, l’invecchiamento della popolazione hanno reso i flussi di reddito, percepiti e attesi, meno regolari (…). Il risparmio accumulato è essenziale nell’attutire gli effetti delle incertezze della vita, nel far sentire le persone meno vulnerabili. Il capitale materiale e immateriale di cui i giovani dispongono all’inizio della vita adulta, grazie ai trasferimenti che ricevono dalla famiglia, condiziona le loro scelte e i loro destini.

Implicitamente Draghi spiega che i giovani che hanno alle spalle una famiglia agiata hanno delle possibilità; chi è povero in partenza rimarrà tale, senza chance di riscatto (siamo tornati al 1800, manca solo il voto su base censitaria!). Altra verità che sembra venire a galla dal discorso è che l’unico ammortizzatore reale è la famiglia, che attraverso i risparmi accumulati con il lavoro continua a finanziare i costi di mantenimento dei figli che non riescono a trovarne uno che possa garantire anche a loro un futuro. L’intervento prosegue poi con la disamina dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) del Development Programme delle Nazioni Unite che con peso uguale rileva tre componenti: il reddito pro capite, il livello di istruzione, la speranza di vita alla nascita. Da un indicatore oggettivo si passa poi ad uno soggettivo, basato sulla valutazione individuale, chiedendo alle persone quanto sono soddisfatte della vita che conducono, domanda che compare anche nell’Eurobarometro, sondaggio che la Commissione Europea somministra dagli anni ’70. La quota di italiani che si dichiarano abbastanza o molto soddisfatti cresce dal 58% nel 1975 all’80% nel 1991; da allora oscilla intorno ad un trend costante che tra il 2005-2010 si chiude intorno al 70%. Questa dinamica è allineata con il PIL pro capite fino a metà degli anni 90; dopo, l’indice di soddisfazione piega verso il basso, più della decelerazione del prodotto per abitante.

 Il terzo paragrafo Il compito dell’economia politica, sembra voler spingere il decisore politico a tener conto di tutti gli indicatori: soggettivi e oggettivi rispondendo alle vere aspirazioni dei cittadini. La difficoltà dell’economia italiana di crescere e di creare reddito non deve smettere di preoccuparci dice Draghi ma, riprendendo Fuà, sottolinea che bisogna adottare una visione ampia di benessere, non limitata alla produzione di beni e servizi quindi estesa alla qualità della vita inducendo chi abbia responsabilità di politica economica e sociale ad affinare le strategie di promozione dello sviluppo, per meglio adattarlo all’evoluzione delle tecnologie, dei mercati globali, del costume. La paura è quella di cadere nel lungo gelo dell’economia italiana come successe nel Seicento, quando in tre generazioni, da paese relativamente ricco, l’Italia divenne paese sottosviluppato importatore di manufatti, dominato da una casta di possenti proprietari agrari(…). Per lo storico Cipolla le ragioni erano soprattutto interne: salari non coerenti con la produttività del lavoro, un elevato carico fiscale, un difetto di capacità imprenditoriale che impedì di cogliere i mutamenti nella domanda; il potere e il conservatorismo caratteristici delle corporazioni in Italia. Le stesse problematiche potrebbero riproporsi anche nell’attuale crisi, sembra suggerire Draghi: gli indicatori delle organizzazioni internazionali, sia pure con le criticità prima esposte, ci dicono che gli italiani sono mediamente ricchi, hanno un’elevata speranza di vita, sono in gran parte soddisfatti delle loro condizioni: l’inazione è sostenibile per un periodo anche lungo; potrebbe generare un declino protratto. L’inazione però ha costi immediati (…). Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani. La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia deve allarmarci. Studi da noi condotti mostrano come, nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuino a pesare molto di più delle caratteristiche personali. Come il livello di istruzione. Il legame tra risultati economici dei genitori e dei figli appare tra i più stretti nel confronto internazionale.

Un’Italia vecchia dunque, bloccata, in cui i giovani sono costretti a continuare le professioni dei padri per non ritrovarsi disoccupati. Per Draghi la cura è la seguente: Dobbiamo ritornare a ragionare sulle scelte strategiche collettive, con una visione lunga. Cultura, conoscenza, spirito innovativo sono i volani che proiettano nel futuro. La sfida, oggi e nei prossimi anni, è creare un ambiente istituzionale e normativo, un contesto civile, che coltivino quei valori, al tempo stesso rafforzando la coesione sociale.

Il rimedio alla crisi è questo: puntare al futuro, sui giovani, sul benessere e sulla qualità della vita, oltre che sul portafogli. Lo sapevamo già, ma detto da Draghi fa tutto un altro effetto.