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Stalking: obbligo di psicoterapia per il molestatore denunciato.

— archiviato sotto: , , ,

Rendere obbligatorio il ciclo di psicoterapia per il molestatore alla prima denuncia per stalking. Accompagnare il rimedio giuridico all'intervento sociale, per prevenire quanto poi diventa irreparabile in una società che crede di difendersi ma che non lo fa adeguamente. Lo propone la psicoanalista Margherita Muratore Balaclava.

Stalking: obbligo di psicoterapia per il molestatore denunciato.

(Fonte immagine: www.coppia.pourfemme.it)

Lo stalker non uccide né per emulazione o in preda ad un raptus di follia, né questo tipo di omicidi può essere definito 'passionale'. Ne è certa Margherita Muratore Balaclava, psicoanalista torinese con una lunga esperienza, nel chiarire che lo stalker è un anaffettivo incapace di gestire il rifiuto della sua vittima.

l susseguirsi di casi di stalking che culminano nell'omicidio non è da attribuirsi all'emulazione - sostiene Muratore Balaclava -. Nessuno di questi ha probabilmente ucciso perché qualcun altro l'ha fatto prima di lui. Esiste invece un problema di fondo in questi personaggi, che deve essere preso in considerazione seriamente, non soltanto sotto il punto di vista giuridico.

Lei non crede che la legge che ha introdotto il reato di stalking abbia avuto buoni risultati?

Nel nostro Paese c'è l'abitudine di voler risolvere i problemi con le leggi. Sarebbe invece da considerare la possibilità di 'prendere in carico' il denunciato in modo coatto, obbligandolo ad un ciclo di psicoterapia alla prima denuncia a suo carico.

 

Lo stalker lamenta il suo stato di vittima. L'oggetto del suo desiderio si nega. Lui si ritiene vittima di questo rifiuto.

Lo stalker è una vittima 'per torsione'. Non accetta il 'no' per non ammettere una condizione di 'sudditanza'. E' vero: la vittima dello stalker è 'oggetto'. L'oggetto che, in quanto tale, non può dire al carnefice 'non ti appartengo'. Lo stalker rivendica il potere sulla vittima, entrando prepotentemente nella sua vita. Non siamo di fronte ad un rapporto d'amore, dove tutto è 'paritario'.

 

Cosa vuole lo stalker?

Vuole esercitare il proprio potere. Lo stalker racconta ad altri e a sé stesso il proprio innamoramento che non c'è.

 

Ci aiuti a capire.

Lo stalker non desidera 'la donna' ma ha bisogno che la donna reagisca positivamente ad una sua domanda. Se la donna risponde 'no', lo stalker ossessivamente insiste nel sottolineare il proprio bisogno. Entra nella vita del 'suo' oggetto, della sua vittima. Lei gli appartiene.

 

Perché il persecutore arriva all'omicidio?

Perché l'oggetto -la vittima in questo caso- non deve essere di nessun altro. Quando lo stalker arriva all'omicidio in realtà non uccide la persona, ma annienta ciò che la persona per lui rappresenta. Non elimina un corpo, un nome ma ciò che quel corpo, quel nome hanno rappresentato.

 

In Italia a che punto siamo? Lo stalking è diventato reato poco più di un anno fa, sono aumentate le denunce, le donne possono sentirsi più tutelate.

Denuncia penale e condanna sono la forma giuridica con la quale ci si difende dai reati, ma la condanna non cura, non risana. La società fa finta di proteggersi, in questo modo, ma non lo fa adeguatamente. L'unica strada perseguibile è quella di accompagnare il rimedio giuridico all'intervento sociale, e una valida proposta potrebbe essere quella di rendere obbligatorio il ciclo di psicoterapia alla rima denuncia di stalking.

 

Per prevenire e curare un malessere che ha radici ben più profonde che di un rifiuto in amore.

Attenzione alla denuncia

Inviato da paolo dova il 20:31
Condividendo, da studioso 'addetto ai lavori' l'approccio psicologico al diritto, debitamente utilizzato in altri più civili paesi europei, raccomanderei tuttavia la massima attenzione a non confondere tout court una denuncia con una implicita 'condanna'. Una denuncia in genere non può e non deve comportare di per sé l'obbligo terapeutico per chi ne è interessato, se non a fronte di una conclamata verifica dei fatti. Essenziale sarebbe tuttavia senza dubbio il mutare l'abitudine invalsa di adire ai Tribunali per ogni controversia, adottando l'analisi psicosociologica al conflitto in 'vece' di quella strettamente ed astrattamente tecnico/giuridica.