Drag Me to Hell
In quel di Los Angeles, Christine Brown (Alison Lohman) spera di ottenere una promozione presso la banca in cui lavora. Il suo capo sembra però preferirle Stu, un collega meno talentuoso ma più inflessibile con i clienti che si presentano a richiedere prestiti o a negoziare mutui.
La donna, determinata a mostrarsi all'altezza, rifiuta una dilazione del mutuo all'anziana signora Ganush, nonostante quest'ultima la supplichi in ginocchio di non farle perdere la casa.Umiliata, la vecchia che si rivelerà essere una zingara dotata di sinistri poteri e in contatto con le forze dell’aldilà le indirizza una potente maledizione, e Christine avrà solo tre giorni di tempo per sottrarsi alla Lamia, un demone che la perseguiterà senza posa per sprofondarla nelle fiamme dell'inferno.
I veri mostri siamo noi, o meglio, quello che le logiche perverse della nostra società basata sul profitto ci spingono a diventare. Le formule astratte di un sistema bancario prossimo al collasso contro quelle arcane della magia nera. Le une non meno spietate delle altre. L’inferno, quello vero, ce lo guadagniamo ogni giorno, un torto dopo l’altro, un Fahrenheit alla volta, temperato dal fuoco eterno dell’avidità. I diavoli evocati dalla maledizione di una vecchia strega, in questo senso, non sarebbero altro che uno specchio della nostra cattiva coscienza, una favola nera buona per spaventare i bambini ma che lascia i grandi indifferenti. Almeno fin quando tutto questo cinismo non presenta loro un conto così salato da rovinargli l’esistenza stessa.
Questa potrebbe essere, incisa fra le righe del sottotesto filmico, la lettura più attuale veicolata da “Drag Me To Hell”, la pellicola, proiettata in questi giorni nei cinema di tutta Italia, che segna il ritorno all’horror di Sam Raimi, ex regista di culto consacrato dalla trilogia blockbusteriana dedicata al più celebre eroe della Marvel, “Spider Man”. Un film che, per il resto, di odierno ed attuale ha veramente poco. A cominciare dai titoli di testa con il vecchio logo della Universal (casa di produzione famosa per aver in qualche modo “inventato” l’horror americano classico con i film di Dracula, Frankenstein, La Mummia e L’uomo Lupo) e dalla messinscena che, con un salto indietro di quasi vent’anni, si ricollega ai primissimi horror viscerali, iperrealisti e semi-parodici del regista stesso (nella fattispecie il trittico “La Casa”, il remake “La Casa 2” e il sequel “L’Armata Delle Tenebre”). E lo stesso discorso vale per la trama - recisamente retrò nel suo essere insieme esotica ed esoterica, zeppa di rimandi ai b-movie degli anni cinquanta e al ciclo dei Val Lewton & Jacques Tourneur sul voodoo e le maledizioni ancestrali (“I Walked With A Zombie”, “Il Bacio della Pantera”, “L’Uomo Leopardo”) - e per gli effetti speciali: volutamente vintage, artigianali, esagerati, cartooneschi.
Guardare “Drag Me To Hell” è po’ come tornare bambini e fare un giro sulle montagne russe del luna park di un cinema radicalmente post-moderno, citazionista e neo-neo-hollywoodiano. Uno spericolato giro della morte che fra humor nero, divagazioni apertamente comiche (nelle sequenze d’azione e nell’antropomorfizzazione degli oggetti è evidente un rimando ai disegni animati di Tex Avery già ispirazione dichiarata del regista ai tempi de “La Casa”), spaventi genuini (la seduta spiritica messicana del prologo, gli incubi da cui la protagonista, una mai scontata Alison Lohman, si risveglia con la bocca inondata d’insetti, blatte e vermi d’ogni sorta) e spunti di denuncia sociale (la causa scatenante di tutti gli orrori sono le dinamiche affaristiche e proditorie normalmente adottate dall’istituto per cui lavora Christine: un chiaro riferimento al crack dei mutui immobiliari che ha scoperchiato il vaso di Pandora di un nuovo ipotetico ’29) non concede un attimo di respiro, sferragliando a ritmo pirotecnico verso un finale che sarebbe un delitto svelare (c’entra, guarda caso, un vecchia moneta del ’29: corsi e ricorsi “storiorrorifici”), ma che tutto si potrebbe definire meno che rassicurante.
L’unico rischio, per chi proprio non riesce a digerire lo sguardo bulimico, infantile, pindarico, associativo eppure terribilmente adulto e penetrante dei Raimi (il fratello di Sam, Ivan, è coautore della sceneggiatura), è di uscirsene con un po’ di nausea dal buio dedalo della sala.
