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Shutter Island

— archiviato sotto: ,

Un noir politico che si tramuta lentamente in un thriller-horror a sfondo psichiatrico per l'ultimo film di Martin Scorsese, maestro indiscusso del cinema americano

Shutter Island

shutter island

America, metà degli anni '50. Due agenti dell'Fbi Ted e Chuck (Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo) raggiungono un'isola al largo di Boston dove sorge, dai tempi della guerra civile, un comprensorio adibito a manicomio criminale. L'incarico è quello di ritrovare una «paziente» - una donna che ha annegato i suoi tre figli – che , nonostante l'apparente assenza di vie di fuga, è misteriosamente scomparsa. Le indagini dei due agenti vengono subdolamente ostacolate dal direttore di Shutter Island (Ben Kingsley) e dal suo psichiatra più insigne (Max Von Sydow), che Ted – reduce di guerra che ha partecipato alla liberazione di Dachau – identifica subito come tedesco e, probabilmente, ex nazista. Ted, seguendo il filo delle testimonianze raccolte fra alcuni ex-pazienti, è sempre più convinto che in quel luogo si compiano esperimenti indicibili; e l'incontro con una psichiatra, fuggiasca e dissidente, che si nasconde fra le grotte dell'isola, ne rivela la terrificante natura: Shutter Island è il corrispettivo maccartista dei gulag e dei lager, un luogo dove l'America studia nuovi modi per controllare la mente delle persone al fine di costruire “fantasmi”, soldati disumani e feroci da usare nella Guerra Fredda. La spiegazione però potrebbe essere un'altra: Ted sogna continuamente la moglie (Michelle Williams) morta in un incendio, e comincia ad avere visioni sempre più inquietanti. È forse nella sua mente che si annida il nemico più pericoloso?Shutter_Island---04.jpg

Parte come un noir politico - anche se con forti connotazioni antinaturalistiche e una marcata iconografia da gaphic novel neo-gotico - l'ultimo film di Martin Scorsese, uno dei più grandi registi viventi del cinema americano e mondiale. E alcune suggestioni, a primo impatto, sono folgoranti: il manicomio come luogo in cui si distilla e manipola l'alienazione mentale al fine di usarla a scopi bellici, come fondamento per le guerre del nuovo mondo nato dopo la Seconda Guerra, additivo per il fanatismo della crociata anti-comunista; la persuasione occulta come forma sottile di lobotomia totalitaria utile a controllare le menti di milioni di americani in una sorta dittatura ombra dei cervelli; maccartismo, nazismo, stalinismo che si mescolano in un cocktail farmacologico allucinante grazie alla psichiatria di scuola post-freudiana.“Un giorno, voltandoci indietro, diremo: è qui che tutto è cominciato” suggerisce ad un febbricitante Di Caprio l'unica psichiatra obiettrice di coscienza. E non stenteremmo a crederle, come spettatori e cittadini di questo mondo, se pensassimo alle tante, troppe guerre mediatiche appiccate in nome della sicurezza e del consenso democratico, agli “Stay behind” e alle “operazioni coperte” che hanno versato sangue inutile e innocente in tanti paesi fedeli alla NATO fra cui l'Italia, alle bugie e alla miriade di domande che ancora non trovano risposta sull' “11 settembre”, sulla famiglia Bin Laden e sui presunti missili che hanno quasi raso al suolo il Pentagono, alle rendition illegali e alle piccole e grandi Guantanamo sparse in giro per il mondo. shutterkingleydicaprio.bmp

Poi però, a scapito dei tanti indizi disseminati, delle diverse piste lasciate aperte e che sembrano arenarsi nella compiaciuta reticenza di medici e “pazienti”, c'è qualcosa che non quadra, la trama così com'è sembra debole, con troppi buchi e colpi di scena improbabili per essere vera. E infatti, dopo circa un'ora e mezzo di film, arriva la svolta, peraltro già ampiamente intuibile dai flashback che tormentano il protagonista, reduce di guerra e fresco vedovo che ha perso la moglie per mano di un piromane in un tragico rogo (o così c'è stato fatto credere). La vera isola, nel senso di zona d'ombra incoercibile, di territorio schizofrenicamente separato dal resto del mondo, non è Shutter, ma la psiche devastata del protagonista (l'uragano che funesta l'intera costa poco dopo il suo arrivo, né è l'allegoria più lampante). Il resto è un sofisticato roleplay ordito dagli psichiatri per riportare a galla la verità e ricondurre l'agente/degente a riprendere coscienza di sé e del mondo reale. Una piega, per certi versi consolatoria (le istituzioni sono coscienziose e vigilano sulla salute mentale dei cittadini, l'America è pur sempre un paese libero o quantomeno più libero degli altri se dà ancora tanta importanza alla vita di un solo uomo, se può permettersi di allestire un simile programma di riabilitazione pur di scongiurarne la discesa nella follia), che lascia un po' d'insoddisfazione in bocca allo spettatore che sperava di veder affondare la lama della storia, della dialettica narrativa, nel cuore della Storia, riportandone alla luce alcune delle sue pagine più oscure e vergognose. shutter-island.jpg

Se storia e sceneggiatura (di Laeta Kalogridis, tratta dal romanzo di Dennis Lehane) in qualche modo deludono, o scelgono quantomeno d'intraprendere la strada meno impervia, quella dello scioglimento razionalista, della giustificazione clinico-psichiatrica, la regia, al pari dell'eccellente contributo degli attori, riescono in parte a riscattare una pellicola che non appare, complessivamente, un po' fuori dalle corde del suo autore. Ben coadiuvato dalla fotografia elegante e claustrofobica di Robert Richardson, dal montaggio avvolgente di Thelma Schoonmaker, e dalle scenografie da Oscar del “nostro” Dante Ferretti, Scorsese intarsia l'opera di una densa testualità di azzeccati rimandi cinefili. Dall'amato/amico/mentore Samuel Fuller con il suo capolavoro “Il Corridoio della paura” - che sui temi della salute mentale e delle contraddizioni socio-politiche degli anni '50 portava avanti un discorso ben più disturbante e radicale rispetto a quello del film in questione - all'espressionismo gotico e freudiano dei noir di Siodmak e del suo film americano “La Scala a chiocciola”, fino agli horror psicanalitici nello stile di Val Lewton e della RKO (“Bedlam”, innanzitutto, ambientato come “Shutter Island” in un manicomio, ma anche “Il Bacio della pantera” e “L'isola del Dr Moreau”), passando per noir persecutori e paranoici, che sublimavano il clima di minaccia invisibile e strisciante della guerra fredda, come “Un bacio e una pistola” di Aldrich, “Dark Passage” di Delmer Daves e con Humphrey Bogart (cui rimanda la maschera impressionante di Di Caprio che si specchia sconvolto, quasi non riconoscesse il proprio stesso volto, prima dei titoli di testa) e “Detour”, diretto da un altro grande post-espressionista come E.G. Ulmer. Anche se lo stile, ormai da tempo adagiato su una composizione classica, consonante, fin troppo accademica, lascia rimpiangere quello sanguigno e al contempo raffinato che ha caratterizzato i film di Scorsese almeno fino alla prima metà degli anni '90.

Straordinaria, in ogni caso, la direzione di una squadra di attori fra i migliori che la Hollywood di di oggi è in grado di offrire nei rispettivi ruoli: un Di Caprio che ha ormai dismesso per sempre i panni del teen-idol di “Titanic” per abbracciare, con una mimica facciale spaventosa e una potenza a tratti emotiva sconcertante, le ossessioni del regista italo-americano (diventando, in quest'ultima fase della carriera di Scorsese, ciò che Robert De Niro fu nella prima: il suo magnifico alter ego cinematografico), un Sir Kingsley ambiguo ed ammaliante, un Mark Ruffalo di rara efficacia e sobrietà, una fragile, diafana Michelle Williams, un intramontabile (è dire poco) Max Von Sydow.