The Ring
Cosa si nasconde in quella videocassetta che invade il buio ronzante dello schermo con un anello di luce? Quale terribile storia è racchiusa nei pochi secondi di immagini contrastate e surreali?
Quale terribile storia è racchiusa nei pochi secondi di immagini contrastate e surreali? Perché chi la guarda riceve una telefonata e dopo sette giorni viene trovato morto con un indicibile terrore scolpito sul viso? Sconvolta dalla morte della nipote Katie, Rachel Keller, una giornalista di Seattle, decide di accertarsene di persona. La sua indagine, costellata di suicidi e presagi di imminenti sciagure, si rivelerà una discesa nell'orrore più indicibile e sovrannaturale.
Versione americana di uno dei capostipiti del J-Horror ("Ringu" di Hideo Nakata girato nel 1998), il film, sceneggiato con certosina fedeltà all'originale da Ehren Kruger (che si limita a trasporlo in paesaggi americani, con la scelta felice di Seattle, location cupa, alienante, piovosa, metropolitana, e aggiunge di suo una sola scena quella, peraltro molto efficace, del cavallo che impazzisce e si tuffa dalla nave) e diretto da Gore Verbinsky ("Un Topolino sotto sfratto" e "La Maledizione della prima luna"), è stato una delle sorprese più positive, sia in senso estetico che commerciale, della stagione 2002/03.
Efficacia rappresentativa
Un meccanismo spettacolare che funziona efficacemente a tutti i livelli essenziali della rappresentazione:
Filmico: grazie ad una messinscena sobria ed ellittica che costruisce la tensione della detection giocando abilmente sul non detto, sul non mostrato, sul rimosso, che opera per sottrazione rispetto all'evidenza fisica e materiale dell'orrore decriptandolo piuttosto attraverso la mente instabile e l'espressione agghiacciata di chi vi assiste, dei testimoni, dei sopravvissuti, attraverso un immaginario inquietante che rappresenta quasi una summa delle "paura americane" degli ultimi vent'anni (le mostruose concatenazioni fra sogno e realtà della serie "Nightmare", la geografia lovecraftiana dell'isola sorvegliata dal faro, la mitologia adolescenziale delle urban legend, la minaccia televisiva di "Videodrome" e tanti altri piccoli indizi meta-cinematografici e non).
Psicologico: un'ottima direzione degli attori e un cast affiatato (in cui spicca la bravissima Naomi Watts dopo "Mullholland Dr." E prima del remake di "King Kong") sopperiscono a quello che è, tradizionalmente, uno dei punti deboli in questo genere di pellicole: la costruzione dei personaggi e la credibilità delle loro dinamiche psicosociali. Sia dal plot principale che da quelli secondari traspare in filigrana la descrizione di una società involuta in se stessa, di rapporti umani autoreclusi in piccole gabbie tecnologiche d'uso comune (foto, cellulari, architetture fredde e moderne, schermi comunicanti, telecamere, supporti per la riproduzione digitale), di esseri fragili imprigionati dalla paura dell'altro, del diverso, dall'incapacità di amare qualcuno al di fuori di se stessi (l'ex compagno della protagonista che rifugge la paternità perché a sua volta vittima di un padre frustrato, inadeguato; lo spirito maledetto di Samara, figlia rifiutata in cerca d'un adozione impossibile che degenera in una scia di morte), da ciò che non possiamo commisurare, fissare, prevedere.
Metaforico: "The Ring" è anche uno sguardo sull'orizzonte tecnologico del mondo occidentale, un universo sintetico e atomizzato, in cui la logica da un momento all'altro può lasciare il posto all'irrazionalità, le minacce più oscure possono sorprenderci e attanagliarci attraverso le brecce e i recessi della tecnica applicata alla comunicazione. Apparire è già un po' morire, sembrano suggerire regista e sceneggiatore (di entrambe le versioni e le nazionalità), se la morte è il segnale proiettato su uno schermo che parafrasando Mc Luhan suscita fantasie fin troppo reali nella disincarnata realtà degli spettatori, fa galleggiare maledizioni ancestrale nel vuoto elettronico, replica il male nella simultaneità di migliaia di prospettive. E il finale, tutt'altro che rassicurante in questo senso, ci dice che la pandemia può essere arginata, sviata ma non debellata. E l'altruismo verso chi ci sta più a cuore forse è solo l'ennesimo risvolto del nostro egoismo nei confronti del prossimo.
