"Come la pioggia", storia di una città senza parole.
Nel romanzo di Andrea Bonvicini un futuro lontano - ma non troppo - in cui la comunicazione vebale è morta. E con essa anche la felicità.
Il titolo del romanzo di Andrea Bonvicini, Come la pioggia, Lab Perrone editore, è una citazione biblica. Così come verbo sicuramente nuovo diventerebbe quello pronunciato da una creatura umana che si caratterizzasse per l’ assenza di comunicazione invece che per la capacità – sempre più sviluppata e a volte prepotente – che l’uomo ha di tale comportamento. La parola, nel libro di questo autore, sulle labbra dei personaggi ha perduto la capacità di evocare un referente: è solo significante – cioè suono – ma è priva di significato. Forse qualcuno ancora la pronuncia ma nessuno la sa tradurre. Eppure, l’io narrante, continua a d esprimersi attraverso parole: frasi e sintassi. E la struttura logica del pensiero continua a d essere quella della lingua. Scritta, in questo caso, trattandosi infatti di un libro. Intorno, invece, c’è il vuoto. Non solo quello della solitudine nata dalla mancanza dello scambio comunicativo; ma quello ancora più buio e profondo che immobilizza un’esistenza grigia – classicamente piovosa – che distanzia gli individui dal di dentro, ritagliandoli e sistemandoli ognuno nel suo buco.
Ogni essere diventa randagio. La memoria è segnata soltanto dalla presenza di pochi oggetti – inutili e più simili a rifiuti che a segno di una passata utilizzazione o di una passata memoria felice. Andrea Bonvicini ci racconta che il mondo – la città – in realtà non è vuota. Ma questa percezione di presenze – che non parlano perché non si capiscono – è la forte inquietudine che pervade in tutta l’opera. Il lettore avverte una costante tensione: per qualcosa di terribile che in realtà è già avvenuto; per una fine triste e angosciosa che invece sembra non arrivare mai.
Nessuno infatti potrà essere liberato. Non c’è bene e non c’è male. Il cibo scarseggia. E tutto si svolge in un tempo che consideriamo futuro, mentre leggiamo. Che ci auguriamo lontano o addirittura impossibile da arrivare. Un tempo lontano – ma ahinoi non così tanto, poiché il protagonista ricorda bene quando parlare era possibile, e lo scambio di frasi generava allusioni comiche, piacere, corteggiamenti e sensualità. E’ un tempo in cui le parole, non più scontate, ma speciali, appaiono come la forma della salvezza. E ci dispiace allora di averne abusato.
Andrea Bonvicini, Come la pioggia, Lab Perrone editore. Pagg. 88. Euro 12,00
