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Registrazione presso il Tribunale di Torino n. 36 del 17/06/2009
Direttore Responsabile Rosanna Caraci

 

L'opera Coeva di Carlucci, Corbi, Verdiani e Capecchi: pratagonisti scrittura e linguaggio.

Un romanzo difficile da definire una storia; un linguaggio difficile da definire in prosa. Una sperimentazione linguistica, una citazione del surrealismo: la lingua è protagonista dell'opera Coeva in tutte le sue forme.

Così come alcune recenti opere di scrittura collettiva, questo libro – che proviamo a definire romanzo, ma che sfugge a molte definizioni - è l’opera di tre autori e di un collaboratore. A differenza di altre sperimentazioni, però, gli scrittori Maria Pia Carlucci, Fiorella Corbi, Maurizio Verdiani e Stefano Capecchi  autori di Coeva, edito da Bastogi, si conoscono molto bene e condividono diverse passioni letterarie oltre all’amore per il teatro – alcuni di loro anche come attori.

Personalità dunque eclettiche, colte e dotate di una buona dose di ironia, hanno inventato quest’opera – che si avvale dell’ introduzione di Duccio Trombadori -  in cui la scrittura, il segno grafico e la sperimentazione linguistica giocano un ruolo simmetrico insieme con i personaggi: anch’essi ricchi di fantasia – quando addirittura non del tutto fantastici, appartenenti ad una specie che di umano ha solo l’aspetto, quando ce l’ha.

Coeva è una storia, molto difficile da sintetizzare, che si presenta come una fiaba di ricerca,  in cui quello che accade fa sembrare il regno di Alice nel paese delle meraviglie il Paese delle banalità; le storie fantascientifiche – come per esempio il mondo di Dune -  qualcosa di appartenente al passato biologico e le vicende surreali un lontano antenato. Tutto ciò che è segno, scrittura – lettere, numeri e disegni – appartengono a quest’opera in cui l’aggettivo, la costruzione sintattica – a volte ricca, prolissa, barocca; altre scarna e anglosassone -  sono re e regina. La punteggiatura appare e poi non appare più, costringendo il lettore a fare uno sforzo di respiro, durante la lettura, come fosse sul palcoscenico per un esercizio di oratoria creativa. L’impianto diventa improvvisamente dialogico – simile ad una sceneggiatura: i personaggi parlano e nessuno descrive. Ma nuovamente quello che dicono sfugge alla logica quotidiana.

Gli autori si soffermano  - in modo quasi maniacale  - a descrivere ogni atto minuscolo. Come se tutto – essendo creazione – non dovesse sfuggire alla volontà analitica. La sintesi non esiste; la sintesi è - secondo loro -  restrittiva, limitante. Non onora sufficientemente il fatto fondamentale – e forse sacro .- che ogni evento – per quanto minimo, infinitesimale – è parte della vita, del ciclo dell’esistenza. E per questo merita di essere detto, nominato. E di riprodursi attraverso la letteratura.

Duccio Trombadori scrive che il testo presenta “una serie di preludi che lasciano immaginare la possibilità di un senso pieno e compiuto solo attraverso la simbiosi di scrittura e immagine, di parola e figura, come segno di un’esperienza di vita che vuole sempre e comunque trascendere il territorio limitante della letteratura.”  Gli autori ce lo suggeriscono in ogni pagina, il loro andare oltre il testo stesso e il loro alludere – con grande ironia -  al non senso della vita, in cui una finalità sembra non esserci. In cui ogni cosa – al massimo – può essere goduta. Per intelligenza ma  - ancora più probabilmente – per caso.

 

Maria Pia Carlucci, Fiorella Corbi, Maurizio Verdiani – con la collaborazione di Stefano Capecchi, Coeva, Bastogi editore. Pagg. 138. Euro 10,00