Imbattuto
La vera storia di Johann Trollmann, il pugile zingaro che mise al tappeto il Terzo Reich.
Un dovere morale non solo nei confronti della persona ma anche della verità storica: per anni la deportazione e lo sterminio degli zingari nei campi di concentramento nazisti era stati attribuiti (e in qualche modo giustificati) a misure di ordine pubblico (in quanto cioè ladri, criminali comuni, persone socialmente pericolose) e non a motivazioni di odio razziale, negandogli così lo status perseguitati. Un tributo al sangue versato nel falso nome della nazione (che troppo spesso, come succede in questi casi, ha messo in atto una sistematica e autoindotta rimozione delle pagine più dolorose del proprio passato) e un monito contro chiunque volesse calcare di nuovo quel sentiero di lacrime.
La vera storia di Rukelie
Ma questa, dicevamo, è soprattutto la storia di Rukelie, pugile e uomo straordinario, che cadde in piedi, imbattuto, e non ebbe paura, lui abituato a sfidare gli avversari alla pari, uno alla volta, secondo le nobili leggi non scritte della cavalleria pugilistica, di affondare i pugni ben dentro la guardia armata di una Germania devastata da un fanatismo e da una follia totalizzanti al punto da ridurre lo sport a una diretta emanazione di quest’odio istituzionalizzato. È tempo, pertanto, di fare un po’ di ordine e di raccontarla, questa storia, dal principio.
Johann Trollmann nasce nel 1907 a Wilsche, nei sobborghi poveri di Hannover. Era un Sinti, ceppo zingaro sostanzialmente stanziale, inurbato, integrato, oggi come allora. Rukelie, come lo chiamano gli amici e i futuri tifosi, ha la boxe nel sangue. Comincia a combattere negli ultimi anni della Repubblica di Weimar ed esordisce fra i professionisti nel 1929. Categoria: medi e medio-massimi. Il suo stile fantasioso e acrobatico - armonia di movimenti rapidi e circolari, quasi come in una danza popolare gitana, agili schivate che irridono l’avversario, colpi in serie, fulminei e micidiali, fiondati e ritratti ancor prima che l’altro si renda effettivamente conto di cosa gli è piombato addosso - per l’epoca è puro futurismo. Esperti e storici della boxe lo paragonano ai più grandi fra i grandi. A Sugar Ray Robinson o, addirittura, a Mohammed Alì.
In breve, diventa un idolo. Gli uomini ammirano la sua forza e le sua eleganza, le donne la sua sfrontata chioma nera e ribelle, il suo fascino tenebroso. Fino al 1933, anno dell’avvento al potere di Hitler, la sua è un ascesa quasi cinematografica. Quell’anno combatte per il titolo tedesco dei pesi medi. Avversario: tale Adolf Witt, un gigante biondo, pura razza superiore, cocco del regime. Rukelie, invece, è uno sputo in faccia a tutte le teorie suprematiste: deve perdere. Ma lo sport con i suoi verdetti imprevedibili ed inappellabili ha spesso la meglio, per fortuna, sulle menzogne del potere: Rukelie martella il colosso ariano, lo sfianca, lo tortura, lo sgretola, lo fa a pezzi. Al sesto round Witt, la faccia pesta, l’occhio semichiuso ed acquoso, riesce a malapena a capire dove si trova. Aspetta solo il colpo di grazia, per andare al tappeto.
Ma il colpo rimane in canna: a bordo ring Georg Radamm, presidente dell’associazione pugili tedeschi e pezzo grosso del Partito, ordina di annullare l’incontro. Il pubblico, tutto con Trollmann, non ci sta, schiuma di rabbia, esplode. La brava gente di Berlino infrange il divieto delle forze dell’ordine, sale sul quadrato e porta in trionfo il suo campione, incoronandolo virtualmente.
Vittorioso, ma perseguitato dal regime
Vai giù, zingaro, o ti bruciamo te e la tua famiglia. E Rukelie combatte. E perde. Pur essendo imbattuto. Nel 1938 Sinti e Rom, per decreto supremo del Fuhrer, vengono declassati a non-umani. Costretti a sottoporsi a castrazione chimica. Trollmann deve divorziare dalla moglie, tedesca, per evitare che se la prendano anche con lei.
All’esplodere del secondo conflitto viene arruolato nella Wermacht: carne da cannone, sperano che muoia al fronte, sepolto sotto due metri di trincea. Ma Rukelie non gliela da questa soddisfazione. Torna a casa, imbattuto. I nazi, però, non dimenticano, gliel’hanno giurata: nel ’42 viene arrestato dalla Gestapo e internato nel lager di Neuengamme, vicino Amburgo. Sanno chi è. Anche li dentro. Gli mettono i guantoni, lo costringono a combattere. Vogliono sconfiggerlo, umiliarlo, prima di cancellarlo dalla faccia della terra, le SS. E Rukelie - ora soltanto: detenuto nr. 721/1943 - magro, scarnificato, denutrito, li sfida a guardalo negli occhi, ancora una volta, mentre combatte. E muore, probabilmente fucilato, nel 1943. A soli 36 anni. Imbattuto.
Questa è la storia di Johann Trollman, detto Rukelie. Leggetela e tramandatela, perché tutto il mondo sappia cos’è successo veramente e riconosca a lui e alla sua gente la dignità che hanno cercato di togliergli. Lui che avrebbe potuto essere, ed è stato, il più grande campione del suo tempo.
