Quando Paolo Zuccari entra in scena noi leggermente sorridiamo perché subito riconosciamo il suo stile, che ci piace. Il palcoscenico del Teatro Vascello di Roma è allestito per Il Misantropo di Moliére. I mobili sono di genere misto: qualcuno di foggia antica e qualcun altro in stile minimalista.
Lo spazio ricorda quello di un grande loft. Tutta l’opera è trasportata invece all’interno di una contemporaneità che non solo è identificabile dai costumi, ma che soprattutto viene caratterizzata dalla regia dello stesso Zuccari che, sottolineando anche in questo suo lavoro l’aspetto naturalista della recitazione – sua e di tutti gli altri attori – crea un effetto di divenire e di svolgimento degli eventi quasi cinematografico, provocando la sensazione che tutto quello che accade stia davvero accadendo per la prima volta davanti al pubblico: i movimenti sono la causa degli effetti di una vita e di una conversazione che spiegano e mostrano l’esistenza faticosa, contraddittoria, di un uomo e del suo interagire con un mondo che lui non apprezza.
Alceste
Alceste – questo è il nome del protagonista che Zuccari interpreta – è un misantropo le cui qualità però superano, in questa versione, quasi tutti i difetti. È un uomo che lamenta le false adulazioni, la sconvenienza morale di un contesto sociale in cui ogni cosa deve essere solo piacevole apparenza e la forza critica può alla fine essere rappresentata e dichiarata soltanto con un estremo atto di assenza. Andare via, lasciare l’amore, i compagni e la vita sociale, definitivamente, è l’unica azione che Alceste considererà realizzabile. Lui perderà: la sua donna, gli amici, il processo a suo carico.
Alceste – nella versione di Paolo Zuccari – è un uomo fortemente deluso, consapevole che i difetti sociali sono diventati non solo un vizio comportamentale ma anche la rappresentazione di tutta l’ etica errata del quotidiano, della giustizia, delle azioni che definiscono le relazioni umane. Ma, contemporaneamente, è un uomo innamorato e incredibilmente appassionato. Tutto il suo ragionare e analizzare non lo rendono immune alle forze dei sensi, della bellezza e dell’attrazione priva di logiche. Può solo lamentarsi e arrabbiarsi, usare a volte una forma di violenza – al limite di quella fisica – rivolta contro la donna che lo tenta, lo inganna, lo ottenebra e non gli rende in gioia ciò che promette con le movenze del suo corpo flessuoso. Ma che essenzialmente per questo lo attrae.
Alceste esprime la rabbia o lo scontento in modo sbagliato, contraddicendo i suoi stessi principi di onestà e chiarezza, rendendo il desiderio di affermazione di relazioni basate sulla verità e sulla convinzione che migliorarsi è possibile, un miraggio triste e lontano. Perché lui stesso è in parte impregnato dal vizio che ingombra intorno, dai giochi di parole e di piccoli gesti – in cui i guanti, l’acqua, e gli abiti scuri, sulla scena, tra le mani e sui corpi degli attori, sono evidente segno del movimento che scandisce il ritmo – leggero - di tutto il disagio. Ed ecco perché all’interno del teatro intero, alla fine, si distende una musica che culla, ma che non consola, non risolve e non ripara. Che ci fa sentire impotenti. E tanto infantili da piangere.
Il Misantropo di Moliére. Regia di Paolo Zuccari. Con Paolo Giovannucci, Barbara Chiesa, Luigi Di Pietro, Dajana Roncione, Daniele Paoloni, Elodie Treccani, Paolo Zuccari, Michele Bevilacqua, Lorenzo Battisti, Marco Canuto. Al Teatro Vascello di Roma e poi in tournè.