L'inquieta Signorina Giulia alla ricerca del sè
Con la regia di Gianni Leonetti, Signorina Giulia di Strindberg diventa uno spettacolo voluttuoso.
L’inquieta Signorina Giulia vive sulle scene la sua notte di San Giovanni, tra i festeggiamenti di una comunità di contadini danzanti di cui le giunge l‘eco mentre è alla ricerca dei suoi desideri, della sua personalità, di cosa fare della sua vita, della sua mente intelligente. Il suo fascino è ambiguo e altero nella penna dello scrittore August Strindberg che firma il testo di quest’opera; molto più carnale e esasperato nella regia di Gianni Leonetti. Il risultato è uno spettacolo teatrale in cui i personaggi appaiono incisivi, forti, voluttuosi e mai perduti dentro il ritmo delle loro battute.
Anche il balletto – breve ma ben inserito – che quasi spezza – come un intervallo che non c’è durante la messa in scena, per non interrompere mai il senso del serrato dialogo tra i personaggi – ma non devia l’attenzione dell’immaginata calura della notte che fa da cornice e dona un ulteriore significato simbolico all’esistenza tormentata della Signorina Giulia. Umidi e sofferenti sono anche il corpo e l’animo del servo Jean, che lei seduce e dal quale è a sua volta sedotta. La serva Cristina, invece, appare il personaggio più coerente e assennato, pienamente responsabile del suo ruolo e della sua posizione sociale; razionale e lavoratrice, anche se le sue occupazioni riguardano il piccolo mondo della casa e delle pulizie domestiche.
Cristina è ben interpretata da Concetta Liotta, che in scena si mostra sempre operosa e concentrata, senza mai uno sbalzo di tono, neppure quando la gelosia dovrebbe alterare i lineamenti del suo viso bellissimo. La regia di Leonetti invece porta all’estremo le ambiguità psicologiche della signorina Giulia a cui Valeria Pistillo regala un corpo contemporaneamente sia sinuoso sia pesante, in cui le gambe e i fianchi rappresentano il fulcro del desiderio, della carne, ma anche dell’incolmabile distanza tra ciò che il personaggio vorrebbe realizzare - il pieno raggiungimento dell’indipendenza – e quello che invece la pelle e il sangue le fanno fare. Ed è proprio questa morbida pesantezza del corpo, la voce appena un po’ rauca –attributi importanti e belli della sua femminilità - a fare di lei una donna calda come l’estate che non sa e non può dimenticare che, in quanto donna, non è libera.
Non potrà esserlo neppure rompendo le barriere delle differenze di classe o di genere sessuale, usando come arma la seduzione amorosa. Anche perché l’amore, con tutto ciò, poco si lega: è solo un pretesto. Per la signorina Giulia di fuga e per il suo servo Jean – interpretato da Marco Benvenuto, che sottolinea con la sua recitazione l’aspetto più pratico e meno romantico del personaggio - per concretizzare ricchezze e avventure imprenditoriali altrove, lontano da quel luogo che continuamente gli rammenta qual è il suo mestiere e la sua posizione: quella di un subalterno. Un luogo che lo fa viver sempre soggezione. Sentimento, anche questo, che condivide con Giulia, soprattutto verso la figura del Conte padre –spesso nominato ma mai presente in scena – la cui nobiltà è il simbolo del potere e della catena.
Signorina Giulia, di August Strindberg. Regia di Gianni Leonetti. Con Valeria Pistillo, Marco Benvenuto, Concetta Liotta. Al Teatro Agorà di Roma e poi in tournè.
